Basta inserzioni su carta, arriva l’e-recruitment

Il lavoro nobilita l’uomo è un vecchio modo dire che andrebbe urgentemente aggiornato: osservando una parte consistente del mondo di internet (il web 2.0 che tutti osannano) non si direbbe proprio che lo nobilita più di tanto. Il cosiddetto e-recruitment indica, di fatto, uno degli strumenti attualmente sfruttati massivamente dalle aziende per permettere la pubblicazione di annunci ed inserzioni lavorative. Annunci relativi alla ricerca di operai o liberi professionisti, poco importa: questi dati vengono giornalmente accatastati su svariati siti da parte dei diretti interessati, a formare dei colossali archivi neanche troppo affidabili ed utili alle aziende. Ciò che tipicamente facevamo attraverso il classico annuncio sui giornali, in altri termini, viene ad essere sostituito dall’immediatezza del web e delle sue pagine: cerchi su Google un lavoro come ingegnere? Digita le parole chiave giuste ed usciranno fuori svariati annunci che, almeno in teoria, dovrebbero venire incontro alle tue esigenze più profonde. Il problema è che queste informazioni sono spesso inaffidabili, sono piene di errori e soffrono del problema dei duplicati.

L’aspetto rilevante, del resto, è che le aziende pagano di solito per far comparire i propri annunci; retribuire il sito è un qualcosa che fa cedere qualsiasi criterio di qualità umano, per un’attività che alcuni provider hanno trasformato in un vero e proprio business, quando invece dovrebbe considerarsi al massimo propedeutica a qualunque tipo di attività lavorativa. Insomma, se sono arrivati a lucrare sulla spazzatura, perchè non fare lo stesso con la ricerca di personale? A riprova di un mondo governato esclusivamente dalle leggi della finanza, dunque, si arriva a speculare anche sulla ricerca di personale da assumere. Poche, e lodevoli, le eccezioni in tal senso: valga come esempio il portale capitolino Mondolavoro.it, che permette di pubblicare annunci gratuitamente e mettere in contatto i candidati con i professionisti dei vari settori. Tuttavia la situazione generale è tutt’altro che incoraggiante: numerosi  siti, per non dire la maggioranza (spesso strombazzati anche in televisione), propongono solitamente di pagare una quota mensile per poter inserire annunci nel loro spazio web. Ed esattamente come avviene nel mondo reale, anche il mondo virtuale sembra non riuscire a non cedere al fascino morboso della microspeculazione finanziaria. Come ulteriore riprova, da qualche tempo sono venuti fuori i cosiddetti mini-job: attività molto semplici (come cliccare sul “Like” di una pagina Facebook o scrivere una recensione positiva di un prodotto) che vengono proposti da portali anglofoni, e per i quali si viene pagati una quota fissa (su Fiverr ad esempio è di cinque dollari), o addirittura variabile entro pochi centesimi. Lo chiamano crowdsourcing, e significa che lavorerai al minuto per pochi spiccioli: non vedrai mai in faccia il tuo datore di lavoro, né lui vedrà te. La soddisfazione è da parte di entrambi: e, a quanto pare, va benissimo così.

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